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Il difficile "mestiere"
della parola
Lezione tenuta dal Prof. Ezio Raimondi
in occasione della cerimonia di premiazione
del Concorso di poesia per studenti "Cara Beltà..."
25 maggio 1996
Rondoni:
Quali sono le caratteristiche principali di questo "lavoro di scrittore",
a cui un giovane deve attendere nel momento in cui vuole prendere sul serio il
moto del cuore, che dice, che esprime, che prova a scrivere in tanti modi, per
ciascuno diversi: "Carabeltà", insomma.
Se c'è un lavoro che ci attende, quali sono le sue caratteristiche
principali?
Raimondi:
Non mi ero preparato ad una domanda di questo tipo; è una domanda
all'improvviso che non è stata concordata. Mi ero preparato a dire altre
cose, poi cercherò in un modo o nell'altro di arrivare alle cose che mi
sono più familiari.
Per cominciare a rispondere - non c'è una risposta che si
dà in una battuta, bisogna cominciare a costeggiare il problema
toccandolo ogni tanto - io direi che in primo luogo si tratta di prendere
sul serio se stessi e le cose, e credere che questo prendersi sul serio e
prendere sul serio le cose ed il mondo passino ancora attraverso la parola. E
passano ancora attraverso la parola perché, in fondo, la parola
- quella che torna a significare qualche cosa - si porta dietro una
specie di universo difficile da definire, ma che ad un certo punto si sente. Io
lo chiamerei "universo dell'affettività".
Nell'universo dell'affettività sono insieme la parola ed il silenzio,
tanto è vero che, quando ci si intende davvero, quando esistono dei
rapporti di amicizia o di affetto profondo, che contano, bastano per un verso
alcune parole, e per un altro una specie di guardarsi in silenzio perché
si avverta subito che c'è qualche cosa che lega, che c'è
- è difficile dire più di così - una sorta di
atmosfera. Spesso nei nostri rapporti noi sentiamo qualche cosa che
è come il vuoto o qualche cosa che va vicino al vuoto, una specie di
area neutra, una specie di strana sterilità. Nell'affettività
invece si direbbe che qualche cosa torna a fiorire, ed anche le parole
più semplici diventano di colpo parole straordinariamente cariche di
significato: "Cara beltà..."
Tutti ricordano come comincia L'Infinito di Leopardi: "Sempre caro mi
fu quest'ermo colle..." Cosa c'è di straordinario in questo verso? Che
l'affettività è totale: si è stabilito un rapporto
profondo con qualche cosa e da quel momento quel qualcosa è lì,
me lo torno a sentire ed io sono con quel qualcosa, sono anch'io vero in quel
momento. Gli scrittori lo hanno sempre saputo che anche le parole
apparentemente più semplici quando entrano in questa affettività
- poi diremo come sia difficile conquistarla - si accendono e
diventano, vorrei quasi dire, dei nomi propri, i nomi propri non entrano nel
dizionario, per così dire, e quando il nome comune entra nel mondo dei
nomi propri non fa più parte del dizionario, diventa qualche cosa di
diverso. Eppure è la stessa parola, eppure è la stessa battuta.
Dicevo che gli scrittori lo hanno sempre saputo, anche quelli che leggiamo a
scuola - e qualche volta però, nel bene o nel male, la scuola li
sottrae al fatto che sono "la letteratura", cioè l'invenzione -.
Quando riprendiamo per un momento un libro amato e odiato come i "Promessi
sposi", così carico di sapienza sotto questo profilo, nel punto in cui,
dopo tutto quel lungo giro (è passata la peste, è passata la
guerra... tutte queste cose) si rincontrano finalmente Renzo e Lucia, e si
dicono alcune parole: "Come sta?" e il narratore dice: "Erano le parole di
tutti i giorni, ma le dicevano in un modo così straordinario che era
solo loro". Questa è l'affettività, questo è il recupero,
nella parola, di qualche cosa di profondo che pure è sempre lì,
che dipende dopotutto da questa singolare condizione che è
l'incontrarsi: "In quel momento c'è qualche cosa che non
dimenticherò più".
Affettività, intesa in questo senso, vuol dire capacità di
risonanza, come degli strumenti musicali che in un preciso momento si
accordano, e vuol dire anche il senso di uno spazio comune vissuto insieme:
siamo lì, insieme, e c'è qualche cosa che determina un rapporto
più intenso di quanto non mi fossi accorto fino a quell'istante. Come se
ci fosse una sorta di rivelazione, quella che nella letteratura del nostro
tempo si chiama "epifania": vedo un raggio di luce e d'improvviso quel raggio
di luce mi mostra qualche cosa che non avevo mai visto, di cui non mi ero mai
reso conto e dal di fuori entra per un momento anche dentro di me.
A questo punto viene fuori un'altra parola: "autenticità".
Quand'è che siamo autentici? Quand'è che ci sottraiamo ai modelli
generici? Quand'è che siamo soprattutto noi stessi? E cosa vuol dire:
"io sono veramente me stesso e non mi confondo più con un altro"
e l'altro dice: "eh sì, solo lui, solo lei aveva quel tratto, aveva
quella parola, aveva quella cadenza, era così autentica"? Certo noi
viviamo in un sistema di forme mosse di continuo tra l'inautentico e
l'autentico (c'è l'uno perché ci sia anche l'altro) e noi
passiamo dall'uno all'altro, viviamo tra questi diversi livelli.
Tra questi diversi livelli c'è anche quella che chiamavo
"autenticità" e quella che chiamerei "singolarità". Ma occorrono
certe circostanze, occorrono certe condizioni, occorrono certi momenti, certe
atmosfere; solo in quel momento la singolarità emerge e con la
singolarità che emerge c'è questa che chiamiamo
l'autenticità - non ti confondi più con un altro, sei solo
tu e quel volto non è un altro possibile, c'è qualche cosa di
inconfondibile che non può più essere sostituito.
Si badi, quando dico in questo senso "autenticità" è lì
che comincia quello che qualcuno chiama il senso vero della persona,
cioè della singolarità insostituibile. E' poi vero (è
stato detto tante volte, lo hanno ripetuto per secoli): i volti sono tutti
diversi l'uno dall'altro, è una stupefacente ricchezza quella che
presenta questa varietà. Ma come si fa a sentire, poi, la
singolarità di questo volto rispetto a quell'altro? Ecco,
affettività ed autenticità vogliono dire "dare il senso del
proprio volto" o "trovare dinanzi a sé un volto". Ed è il volto,
si badi bene, che dà il senso profondo della persona, non c'è
neanche bisogno di parlare: dal sorriso, dal muovere degli occhi... Infatti un
poeta una volta ha detto che nella poesia, nella letteratura si scopre sempre
(ed è anche il lettore che se ne appropria) un volto non comune,
cioè si rappresenta la singolarità singolare, si dà
il senso di quell'affettività dentro la quale ogni tanto navighiamo
anche noi e che poi rapidamente dimentichiamo presi da altri elementi.
L'inautentico è necessario come l'autentico: solo attraverso questo
muovere permanente ci sono i cosiddetti "momenti di grazia", quelli in cui
è come se si entrasse misteriosamente - non si sa bene come dire
meglio - in una sorta di armonia. Uno prova a guardarsi intorno, comincia
a girare; fino ad un certo momento ha soltanto da stabilire che cosa ha
intorno, poi d'improvviso vede una cosa di cui non si era mai accorto e dice:
"Che strano!". Allora può dire: "E' bello davvero", oppure: "Come ho
potuto fare a non accorgermene mai". Quella è una piccola epifania,
quella è una piccola rivelazione, quello è il momento
dell'autenticità: non sono io genericamente, non c'è un
altro al mio posto, ci sono io e soltanto io.
Il rapporto con le parole è un rapporto molto difficile perché
ci servono per dire tutto questo o per stabilire questa relazione, ma intanto
quelle vere si debbono portare dietro anche dei margini di silenzio, debbono
essere delle strane entità che hanno come una risonanza - e se un suono
non ha un momento di pausa che tipo di risonanza ha? Le parole, quindi, sono
delle entità difficili, sono amiche e nello stesso tempo severe, ci
possono dare la strada dell'autentico, ma ci possono invece dare anche un'altra
strada, soprattutto se noi le tradiamo. Ma cosa vuol dire tradire le parole? Le
parole da una parte sono come qualche cosa che ogni tanto erompe: in quei
momenti in cui vengono alla mente delle parole, delle cadenze, una frase
- come una frase musicale - restano lì, mi arrivano,
c'è come un piccolo pozzo nascosto da cui emergono dei suoni che sono
certe parole; se non le trattengo scompaiono, e qui comincia il lavoro. Se
è venuto fuori qualcosa ci debbo lavorare sopra, è una specie di
piccola grazia di cui mi debbo però rendere degno, e debbo cominciare a
guardarci dentro.
Le parole sono entità affabili, ma chiedono anche di essere trattate
con straordinario rispetto. Qualcuno ha detto, credo non avesse torto, che
quando si manomettono le parole si fa loro violenza e si comincia anche
qualcosa che domani può essere violenza all'uomo. C'è una strana
correlazione. Le parole vanno trattate con cautela, vanno trattate con
rispetto, vanno trattate con sapienza: mi danno dei moventi, mi arriva
un'immagine, ho come una sensazione che in quel momento si ferma; in quelle
due, tre, quattro parole, in quella cadenza, ho come la sensazione che in quel
momento ci sia un istante privilegiato, una piccola epifania della mia
esistenza, e la debbo fissare, la debbo, per così dire, mettere in
movimento e sfruttare. Ma per sfruttarla mi debbo mettere a disposizione delle
parole, ci debbo lavorare sopra, debbo seguire il loro impulso, e per seguire
il loro impulso debbo, per così dire, amarle, cominciare a vedere che
cosa può nascere da quella parola, quali altre parole: comincio a
costruirci sopra.
Però è cosa delicata perché posso costruirci sopra nel
modo giusto, ma posso costruirci sopra in modo, per così dire,
affrettato tradendo l'impulso originario, come se avessi avuto, diciamolo in
modo corrente, una bella invenzione, ma poi la spreco. Quindi bisogna andarci
cauti, bisogna cominciare a riguardare quello che è venuto fuori e
qualche volta aspettare che vengano altre associazioni, aspettare ogni tanto,
intanto avere tempo, avere tempo e dire: "Ma io come potrei continuare, e poi
che cosa mi diceva questa battuta, come la debbo interpretare e come la debbo
svolgere?". E' come un motivo musicale, non c'è grande differenza:
"Come, a questo punto, dovrei" - usiamo quella formula - "orchestrare...".
Se ho avuto questa specie di offerta debbo rendermene degno con un lavoro
artigianale corrispondente, debbo approfondire il mio rapporto con le parole,
debbo farmi più competente, e a questo punto il mestiere, per quanto si
possa porre a tanti livelli, il mestiere chiede che si comincino a fare anche
dei confronti, che si guardi: "Mah, come ha detto, un altro, una cosa simile
alla mia? E la mia che cosa ha di diverso?" e qualche volta da quello che dice
l'altro, rispetto a ciò che ho detto io... "che cosa potrei togliere
dall'altro che diventa mio?". E' il furto che non è più un furto
è in realtà un dialogo in cui ci si appropria di qualche cosa -
d'altro canto fa parte della nostra esistenza: cosa vuol dire dialogare?
Dialogare vuol dire ascoltare certe cose che poi, quando ci sembrano degne di
ricordo, facciamo diventare nostre, e diventano parte nostra; non è
più l'altro, sono io, e anche l'altro continua un po' a vivere in quello
che è diventato mio: se questo vale in quello che chiamo il colloquio,
il dialogo, il rapporto continuo, deve valere a maggior ragione quando le
parole diventano di quest'altra natura.
Questo tipo di lavoro, in linea di massima, ha la sua retribuzione in se
stesso, non mi serve per avere altro, è il lavoro che compio che
retribuisce se stesso, è un po' qualche cosa di simile a quello, se non
mi sbaglio, che dicevano i filosofi stoici a proposito della virtù: la
virtù ha il compenso in se stessa. Nel caso di questo lavoro il fine
è esprimere quelle cose e il lavoro è lo strumento e nello stesso
tempo lo sforzo morale necessario perché quell'espressione diventi
un'espressione che da mia possa servire anche ad altri, e diventa momento di
comunicazione in quanto conoscenza di qualche cosa di profondo da parte di una
persona rispetto ad un altra che sarà domani il cosiddetto lettore o, se
preferiamo, l'interlocutore.
Ma la cosa su cui vorrei ancora insistere e poi trarne una conseguenza,
è che, se si comincia a scrivere - indipendentemente poi da quello
che sarà il nostro futuro - bisogna prendere sul serio quello che
si fa e le parole con cui si fa quello che si fa. Bisogna diventare più
competenti nell'uso delle parole, bisogna diventare come uno zoologo che
conosce meglio queste parole che sono degli strani insetti, che possono essere,
per così dire, mitigati, ma possono anche opporsi: se io non riesco a
dire nulla di singolare vuol dire che le parole sono rimaste inerti, che si
sono ribellate, che non sono state al nostro gioco, e solo la pazienza
può, a questo punto, portare a qualcosa. Si deve diventare più
competenti nell'uso delle parole, e questo forse ha un significato di là
dal diventare o no scrittore. Dicevo prima che tutta la nostra vita è
immersa nelle parole, le parole sono lo strumento del nostro falso e del nostro
vero, ed è, però, vero che viviamo in un mondo di immagini
precostituite, di formule già date, di tutto quello che si chiama il
mondo degli stereotipi (e gli stereotipi ci minacciano di continuo, limitano la
nostra autenticità anche quando ci invitano o sembra che ci invitino ad
essere sempre più noi stessi). Prendere sul serio le parole vuol dire
mettersi in qualche modo in posizione di attesa, di critica attiva nei
confronti degli stereotipi, e gli stereotipi minacciano sempre qualche cosa
della singolarità umana - la varietà umana è data dalla
sua singolarità e noi dobbiamo educarci a sentirla - e le parole, se le
trattiamo in un certo modo, ci fanno sentire qualche cosa di questo tipo.
Tante volte mi è capitato di ripeterlo, ma è una specie di
esperienza diretta: quando noi parliamo o ascoltiamo ci rendiamo conto delle
persone anche da come trattano le parole, se usano sempre le stesse parole o,
se ne usano altre, ci portano fuori da strade correnti, cambia la nostra
attenzione, allora siamo costretti ad entrare in uno sforzo maggiore, magari
perché si dice: "Come parla difficile" (in realtà quando diciamo
che uno parla difficile intendiamo che usa un dizionario che non è
quello familiare a noi e probabilmente in spazi di esperienza che non sono
quelli consueti). Ora, il problema è nei rapporti: dobbiamo muoverci
sempre dentro gli stessi spazi o dobbiamo spostarci anche su altri spazi?
Dobbiamo essere curiosi o meno? Forse - forse! - l'insegnamento della
letteratura, anche fuori dal mondo della letteratura, è che nel senso,
nella cadenza delle parole c'è poi qualche cosa non solo della
cosiddetta autenticità letteraria, ma di quella che abbiamo chiamato
"autenticità", il sentimento di qualche cosa che è preciso.
Ognuno di noi non vorrebbe sembrare una persona sbiadita di cui l'altro quando
lo incontra si dimentica subito, vorrebbe che l'altro dicesse: "Ma sì,
non lo dimenticherò più, aveva qualche cosa che servirà
anche a me, aveva detto quelle parole, mi servono ancora...", ognuno di noi
desidera non essere sbiadito, ognuno di noi desidera che qualche cosa sia vivo,
ma cosa vuol dire che qualcosa è vivo in noi? E le parole sono fatte
anche dell'uso del silenzio? Non voglio aprire questo discorso: l'educazione
letteraria insegna che lì le parole hanno una alleanza continua con il
silenzio, e anche il silenzio in qualche modo dice qualche cosa; solitamente il
silenzio è un negativo, qui non è più un negativo, diventa
come uno strano alleato, diventa un altro momento di quella che chiamavo prima
l'autenticità e, sembra un paradosso, ma se uno ha cominciato a scrivere
deve per forza anche leggere. Soltanto così porta a maggiore perfezione
quella che è, ho detto prima, la spinta di autenticità,
l'affettività che viene fuori: la mette a confronto e a poco a poco si
fa esperto. Se prima i suoi gesti erano istintivi a questo punto diventano
anche riflessivi; sa che deve procedere così, è una forza
più complessa che sfrutta se stesso e a poco a poco si impadronisce
anche di qualcosa degli altri che diventa nostro. Infatti la singolarità
non è paura nei confronti di altre singolarità, non è
chiusura: è un'apertura che poi torna a chiudersi, ma è un
rapporto in primo luogo, e non è soltanto, come dicevano, le "Seicento
ed un furto", è il riconoscimento che le parole dell'altro avevano un
significato potenziale che è diventato il mio, non porto via niente,
faccio diventare più vivo l'altro nel momento in cui me ne impadronisco.
Da questo punto di vista leggere vuol dire anche poi, ed è questo il
lavoro, cominciare a mettersi nella testa delle cadenze, dei ritmi, delle frasi
anche di altri, farle entrare nel proprio piccolo computer mentale, lasciare
che comincino a girare in una specie di strana costellazione, a poco a poco
vanno a posto quasi per proprio conto, bisogna metterle in moto e bisogna
anche, in altri tempi lo si predicava, ma vale ancora, educarsi ad imitare,
cioè ascoltare la lezione di un altro, sapendo che cosa mi serve,
dicendo: "Beh, mi prendo questo perché può diventare finalmente
tutto mio".
E' stata una grande scrittrice come Virgina Woolf, che ha scritto tante
volte su questi segreti di officina, a dire - e parlava anche ai giovani
scrittori - che il mestiere si impara conoscendo e leggendo i grandi
scrittori (i grandi scrittori, non è il problema di questa lezione, sono
di ieri come di ieri l'altro, sono quelli che quando si aprono: "...accidenti!
Che verità ha detto che è ancora quella di oggi!"). I grandi
scrittori - questa è la lezione - ci disanimano, ci
mortificano, quasi ci umiliano, sono grandi scrittori, come si potrebbe essere
come loro! A questo punto, dice la Woolf, cosa succede a questa mortificazione?
Bisogna passare attraverso questa mortificazione per imparare a scrivere,
occorre chinare il capo, sentire che la parola può avere questa
straordinaria pienezza epperò, dopo la mortificazione, dire: "Anch'io
voglio muovermi su quella strada". E questo non è più soltanto un
lavoro, ma è anche una specie di piccola lezione morale perché
significa dire che mentre cerco, la mia singolarità scopre le sue
proporzioni e soltanto nel momento in cui scopro le sue proporzioni posso poi
farla crescere. Quindi c'è un modo di diventare piccoli che consente poi
l'operazione contraria: però dobbiamo diventare prima piccoli,
però dobbiamo prima sentire queste parole alte.
Certo, resta una domanda: siamo ancora in una civiltà che apprezza le
parole alte o no? Si possono fare tante diagnosi, ma insieme alle diagnosi si
possono anche proporre i desideri e gli atti di volontà: è vero,
ci sono tante tendenze e bisogna riconoscerle attentamente. Viviamo ancora in
tempi che consentono alla letteratura la sua parte, e quando dico letteratura
non è soltanto la serie di libri che per un mese occuperanno le nostre
librerie, anche tutti gli altri libri venuti prima che poi il tempo ha
duramente selezionato, stabilendo che quelli sono libri e gli altri un po'
meno, poi ce ne sono altri sempre da scoprire.
Lasciando stare questo, dicendo che la letteratura è la
solidarietà dei tempi - lontani e vicini, dove stranamente uomini
di età diversissime scoprono poi di avere ancora qualche cosa in
comune - ammesso che ci sia ancora un posto per la letteratura,
allora valgono alcune delle considerazioni che facevo prima, ma ce ne sarebbe
un'altra da aggiungere che mi è capitato già di fare altrove e
che qui viene abbastanza a tiro: quello che dicevo della parola, quello che
dicevo dell'affettività, dell'autenticità, della risonanza, di
questi elementi musicali che poi portano dietro anche il silenzio, tutto questo
che poi è il me-stesso più profondo, quello che qualche volta io
stesso ignoro e che diventa però così chiaro, non fa parte di
ciò che chiamiamo il visibile, di quello che ci sta intorno. Anche
quando diciamo "immagine" nella letteratura, non è un'immagine di colori
materiali, non è un profilo disegnato sulla parete, non è
un'immagine né cinematografica, né televisiva. Alla lettera la
letteratura, questo uso delle parole, ha un rapporto con ciò che
dovremmo chiamare "l'invisibile": nella nostra mente che posto ha l'invisibile,
come si articola anche in ciò che sono i nostri rapporti con il
visibile, con tutto questo - è da stabilire - ne abbiamo
bisogno o no, oppure basta il visibile? Questa è un'altra domanda che
riguarda il cosiddetto destino della letteratura. Di nuovo, anziché fare
una diagnosi, faccio un'osservazione di un altro genere: tra le due ipotesi,
tra l'ipotesi che mi dimezza l'uomo e l'ipotesi che me lo tiene intero, seguo
la seconda e prendo qualche cosa che mette insieme il visibile e l'invisibile,
che dà giustificazione a quello che chiamerei lo sforzo della parola.
Anche un'immagine è uno sforzo, io debbo entrare in un'altra
prospettiva, debbo, mentre leggo, corrispondere a quello che dice l'altro. Ecco
allora che c'è anche quest'altra faccia e per tutto questo bisogna
essere esperti. Anche se si è molto giovani si diventa d'improvviso
saggi - la letteratura fa diventare saggi in tempi rapidissimi - si
diventa saggi perché si cominciano a vedere tutte queste cose, ed
è una saggezza che porta a ciò che è più vicino,
più diretto.
Torno di nuovo a citare Virginia Woolf e poi farò una specie di
contrapposizione perché ci si accorga che è il quotidiano il
luogo dove si verificano tante cose. Una volta doveva spiegare cos'è uno
scrittore e diceva che è uno che prende una sedia, si mette alla
finestra, guarda e descrive la vita, quello che c'è intorno: questo
è lo scrittore. Virginia Woolf è una scrittrice di grande
sapienza, con quel fascino che ha certa tradizione anglosassone, con il senso
della campagna, cose improvvise, i fatti così campestri che diventano
come misteri smaglianti e straordinari... è una parte di quella che
chiamiamo la grande narrativa inglese. Eppure molti anni fa, trovandomi a dover
fare semplicemente il maestro in una scuola elementare - perché la
mia esperienza universitaria passava in quegli anni anche attraverso questo,
chiamiamolo così, lavoro, il che era però anche
un'avventura - che, ricordo ancora, era in via di Mussolini, sarei in
grado persino di riconoscere la finestra, essendomi ad un certo punto chiesto
come si deve fare per interessare dei ragazzini (da una parte disegnando e
così via) e come si deve un poco cercare di scrivere così ad
istinto - avevo studiato a scuola un po' di pedagogia, ma non avevo un
rapporto con questo che era un artigianato di altro tipo - si procedeva in
questo modo (non avevo letto Virginia Woolf, la lessi molto più tardi):
si apriva la finestra, quando non pioveva, poi un ragazzino andava alla lavagna
e cominciava a scrivere quello che vedeva fuori dalla finestra, tutti quelli
"al posto", per usare il linguaggio tecnico, dovevano intanto guardare un po'
anche loro, anche se la visione dalla lavagna era la visione privilegiata
- solo più tardi avrei scoperto che era il punto di vista di un
racconto - dovevano intanto pensare se c'erano delle parole, gli dissi
così, più belle di quelle che stava usando quello che scriveva
alla lavagna e tutto ciò che uno "al posto" aveva in mente. Mi pare che
avessi spiegato - perché nei ragazzini c'è questo
fascino - che cos'è un asindeto e che cos'è un polisindeto,
e così mentre passavo tra i banchi mi dicevano: "ho trovato un asindeto
bellissimo", che era una virgola aggiunta, e a questo punto si faceva questo
tipo di lavoro. Non era un "creative writing" come dicono nelle scuole
americane, ma era un piccolo esercizio artigianale che però divertiva
me, non so se anche i ragazzi fossero altrettanto divertiti.
A questo punto c'è un'appendice da aggiungere. Senza saperlo, sul
piano dell'artigianato proprio più modesto, più improvvisato,
più alla buona, a non molti chilometri di qui, era più o meno
quello che la Woolf presentava ad un livello tanto più alto.
Perché poi questo non sembri un racconto inventato debbo aggiungere
un'altra appendice, scrivere vuol dire anche ricordare, ma questo è un
altro capitolo. Vuol dire attivare la memoria: tre anni fa, trovandomi ad
entrare alla Presidenza dell'Istituto per i Beni Culturali, vidi arrivare un
professore di fisica di taglia un po' robusta che insegna a Parma e faceva
parte di quello che a quell'epoca si chiamava il Consiglio Direttivo delle
Istituzioni. Per ragioni che adesso non sto a dire, mi parve di riconoscere un
ragazzino di quella famosa quarta, di quella famosa scuola. Il cognome tornava,
era figlio di un professore di matematica, l'unica cosa che non tornava era che
mentre quel ragazzino era minuto, questo era diventato quel che si dice "un
omone". Glielo dissi: "Ho la sensazione che...". Lui disse: "No". Due anni dopo
mi telefona: "Dovrei vederti" - eravamo poi colleghi di
Università - e viene. Dice: "Debbo chiederti scusa", mi
esibì la pagella dove, fino all'ultimo trimestre risultava, con la firma
di maestro supplente, la mia firma. Quindi ho parlato di un evento che è
realmente accaduto, ma questo vuol dire proprio che prendendo le parole per il
verso giusto, prendendole con umiltà di artigiano, sentendole come
lavoro e come piacere il metterle insieme, il farle per così dire
risuonare, anche se ci si muove a livelli apparentemente modesti e quotidiani
si è già sotto la costellazione della letteratura, non c'è
bisogno di essere tutti poeti, ma tutti possiamo trarre qualche cosa da quel
colloquio, e quando le cose vanno bene possiamo anche noi diventare un poco
poeti.
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