Il difficile "mestiere"
della parola

Lezione tenuta dal Prof. Ezio Raimondi
in occasione della cerimonia di premiazione
del Concorso di poesia per studenti "Cara Beltà..."

25 maggio 1996



Rondoni:

Quali sono le caratteristiche principali di questo "lavoro di scrittore", a cui un giovane deve attendere nel momento in cui vuole prendere sul serio il moto del cuore, che dice, che esprime, che prova a scrivere in tanti modi, per ciascuno diversi: "Carabeltà", insomma.

Se c'è un lavoro che ci attende, quali sono le sue caratteristiche principali?

Raimondi:

Non mi ero preparato ad una domanda di questo tipo; è una domanda all'improvviso che non è stata concordata. Mi ero preparato a dire altre cose, poi cercherò in un modo o nell'altro di arrivare alle cose che mi sono più familiari.

Per cominciare a rispondere - non c'è una risposta che si dà in una battuta, bisogna cominciare a costeggiare il problema toccandolo ogni tanto - io direi che in primo luogo si tratta di prendere sul serio se stessi e le cose, e credere che questo prendersi sul serio e prendere sul serio le cose ed il mondo passino ancora attraverso la parola. E passano ancora attraverso la parola perché, in fondo, la parola - quella che torna a significare qualche cosa - si porta dietro una specie di universo difficile da definire, ma che ad un certo punto si sente. Io lo chiamerei "universo dell'affettività".

Nell'universo dell'affettività sono insieme la parola ed il silenzio, tanto è vero che, quando ci si intende davvero, quando esistono dei rapporti di amicizia o di affetto profondo, che contano, bastano per un verso alcune parole, e per un altro una specie di guardarsi in silenzio perché si avverta subito che c'è qualche cosa che lega, che c'è - è difficile dire più di così - una sorta di atmosfera. Spesso nei nostri rapporti noi sentiamo qualche cosa che è come il vuoto o qualche cosa che va vicino al vuoto, una specie di area neutra, una specie di strana sterilità. Nell'affettività invece si direbbe che qualche cosa torna a fiorire, ed anche le parole più semplici diventano di colpo parole straordinariamente cariche di significato: "Cara beltà..."

Tutti ricordano come comincia L'Infinito di Leopardi: "Sempre caro mi fu quest'ermo colle..." Cosa c'è di straordinario in questo verso? Che l'affettività è totale: si è stabilito un rapporto profondo con qualche cosa e da quel momento quel qualcosa è lì, me lo torno a sentire ed io sono con quel qualcosa, sono anch'io vero in quel momento. Gli scrittori lo hanno sempre saputo che anche le parole apparentemente più semplici quando entrano in questa affettività - poi diremo come sia difficile conquistarla - si accendono e diventano, vorrei quasi dire, dei nomi propri, i nomi propri non entrano nel dizionario, per così dire, e quando il nome comune entra nel mondo dei nomi propri non fa più parte del dizionario, diventa qualche cosa di diverso. Eppure è la stessa parola, eppure è la stessa battuta.

Dicevo che gli scrittori lo hanno sempre saputo, anche quelli che leggiamo a scuola - e qualche volta però, nel bene o nel male, la scuola li sottrae al fatto che sono "la letteratura", cioè l'invenzione -. Quando riprendiamo per un momento un libro amato e odiato come i "Promessi sposi", così carico di sapienza sotto questo profilo, nel punto in cui, dopo tutto quel lungo giro (è passata la peste, è passata la guerra... tutte queste cose) si rincontrano finalmente Renzo e Lucia, e si dicono alcune parole: "Come sta?" e il narratore dice: "Erano le parole di tutti i giorni, ma le dicevano in un modo così straordinario che era solo loro". Questa è l'affettività, questo è il recupero, nella parola, di qualche cosa di profondo che pure è sempre lì, che dipende dopotutto da questa singolare condizione che è l'incontrarsi: "In quel momento c'è qualche cosa che non dimenticherò più".

Affettività, intesa in questo senso, vuol dire capacità di risonanza, come degli strumenti musicali che in un preciso momento si accordano, e vuol dire anche il senso di uno spazio comune vissuto insieme: siamo lì, insieme, e c'è qualche cosa che determina un rapporto più intenso di quanto non mi fossi accorto fino a quell'istante. Come se ci fosse una sorta di rivelazione, quella che nella letteratura del nostro tempo si chiama "epifania": vedo un raggio di luce e d'improvviso quel raggio di luce mi mostra qualche cosa che non avevo mai visto, di cui non mi ero mai reso conto e dal di fuori entra per un momento anche dentro di me.

A questo punto viene fuori un'altra parola: "autenticità". Quand'è che siamo autentici? Quand'è che ci sottraiamo ai modelli generici? Quand'è che siamo soprattutto noi stessi? E cosa vuol dire: "io sono veramente me stesso e non mi confondo più con un altro" e l'altro dice: "eh sì, solo lui, solo lei aveva quel tratto, aveva quella parola, aveva quella cadenza, era così autentica"? Certo noi viviamo in un sistema di forme mosse di continuo tra l'inautentico e l'autentico (c'è l'uno perché ci sia anche l'altro) e noi passiamo dall'uno all'altro, viviamo tra questi diversi livelli.

Tra questi diversi livelli c'è anche quella che chiamavo "autenticità" e quella che chiamerei "singolarità". Ma occorrono certe circostanze, occorrono certe condizioni, occorrono certi momenti, certe atmosfere; solo in quel momento la singolarità emerge e con la singolarità che emerge c'è questa che chiamiamo l'autenticità - non ti confondi più con un altro, sei solo tu e quel volto non è un altro possibile, c'è qualche cosa di inconfondibile che non può più essere sostituito.

Si badi, quando dico in questo senso "autenticità" è lì che comincia quello che qualcuno chiama il senso vero della persona, cioè della singolarità insostituibile. E' poi vero (è stato detto tante volte, lo hanno ripetuto per secoli): i volti sono tutti diversi l'uno dall'altro, è una stupefacente ricchezza quella che presenta questa varietà. Ma come si fa a sentire, poi, la singolarità di questo volto rispetto a quell'altro? Ecco, affettività ed autenticità vogliono dire "dare il senso del proprio volto" o "trovare dinanzi a sé un volto". Ed è il volto, si badi bene, che dà il senso profondo della persona, non c'è neanche bisogno di parlare: dal sorriso, dal muovere degli occhi... Infatti un poeta una volta ha detto che nella poesia, nella letteratura si scopre sempre (ed è anche il lettore che se ne appropria) un volto non comune, cioè si rappresenta la singolarità singolare, si dà il senso di quell'affettività dentro la quale ogni tanto navighiamo anche noi e che poi rapidamente dimentichiamo presi da altri elementi. L'inautentico è necessario come l'autentico: solo attraverso questo muovere permanente ci sono i cosiddetti "momenti di grazia", quelli in cui è come se si entrasse misteriosamente - non si sa bene come dire meglio - in una sorta di armonia. Uno prova a guardarsi intorno, comincia a girare; fino ad un certo momento ha soltanto da stabilire che cosa ha intorno, poi d'improvviso vede una cosa di cui non si era mai accorto e dice: "Che strano!". Allora può dire: "E' bello davvero", oppure: "Come ho potuto fare a non accorgermene mai". Quella è una piccola epifania, quella è una piccola rivelazione, quello è il momento dell'autenticità: non sono io genericamente, non c'è un altro al mio posto, ci sono io e soltanto io.

Il rapporto con le parole è un rapporto molto difficile perché ci servono per dire tutto questo o per stabilire questa relazione, ma intanto quelle vere si debbono portare dietro anche dei margini di silenzio, debbono essere delle strane entità che hanno come una risonanza - e se un suono non ha un momento di pausa che tipo di risonanza ha? Le parole, quindi, sono delle entità difficili, sono amiche e nello stesso tempo severe, ci possono dare la strada dell'autentico, ma ci possono invece dare anche un'altra strada, soprattutto se noi le tradiamo. Ma cosa vuol dire tradire le parole? Le parole da una parte sono come qualche cosa che ogni tanto erompe: in quei momenti in cui vengono alla mente delle parole, delle cadenze, una frase - come una frase musicale - restano lì, mi arrivano, c'è come un piccolo pozzo nascosto da cui emergono dei suoni che sono certe parole; se non le trattengo scompaiono, e qui comincia il lavoro. Se è venuto fuori qualcosa ci debbo lavorare sopra, è una specie di piccola grazia di cui mi debbo però rendere degno, e debbo cominciare a guardarci dentro.

Le parole sono entità affabili, ma chiedono anche di essere trattate con straordinario rispetto. Qualcuno ha detto, credo non avesse torto, che quando si manomettono le parole si fa loro violenza e si comincia anche qualcosa che domani può essere violenza all'uomo. C'è una strana correlazione. Le parole vanno trattate con cautela, vanno trattate con rispetto, vanno trattate con sapienza: mi danno dei moventi, mi arriva un'immagine, ho come una sensazione che in quel momento si ferma; in quelle due, tre, quattro parole, in quella cadenza, ho come la sensazione che in quel momento ci sia un istante privilegiato, una piccola epifania della mia esistenza, e la debbo fissare, la debbo, per così dire, mettere in movimento e sfruttare. Ma per sfruttarla mi debbo mettere a disposizione delle parole, ci debbo lavorare sopra, debbo seguire il loro impulso, e per seguire il loro impulso debbo, per così dire, amarle, cominciare a vedere che cosa può nascere da quella parola, quali altre parole: comincio a costruirci sopra.

Però è cosa delicata perché posso costruirci sopra nel modo giusto, ma posso costruirci sopra in modo, per così dire, affrettato tradendo l'impulso originario, come se avessi avuto, diciamolo in modo corrente, una bella invenzione, ma poi la spreco. Quindi bisogna andarci cauti, bisogna cominciare a riguardare quello che è venuto fuori e qualche volta aspettare che vengano altre associazioni, aspettare ogni tanto, intanto avere tempo, avere tempo e dire: "Ma io come potrei continuare, e poi che cosa mi diceva questa battuta, come la debbo interpretare e come la debbo svolgere?". E' come un motivo musicale, non c'è grande differenza: "Come, a questo punto, dovrei" - usiamo quella formula - "orchestrare...". Se ho avuto questa specie di offerta debbo rendermene degno con un lavoro artigianale corrispondente, debbo approfondire il mio rapporto con le parole, debbo farmi più competente, e a questo punto il mestiere, per quanto si possa porre a tanti livelli, il mestiere chiede che si comincino a fare anche dei confronti, che si guardi: "Mah, come ha detto, un altro, una cosa simile alla mia? E la mia che cosa ha di diverso?" e qualche volta da quello che dice l'altro, rispetto a ciò che ho detto io... "che cosa potrei togliere dall'altro che diventa mio?". E' il furto che non è più un furto è in realtà un dialogo in cui ci si appropria di qualche cosa - d'altro canto fa parte della nostra esistenza: cosa vuol dire dialogare? Dialogare vuol dire ascoltare certe cose che poi, quando ci sembrano degne di ricordo, facciamo diventare nostre, e diventano parte nostra; non è più l'altro, sono io, e anche l'altro continua un po' a vivere in quello che è diventato mio: se questo vale in quello che chiamo il colloquio, il dialogo, il rapporto continuo, deve valere a maggior ragione quando le parole diventano di quest'altra natura.

Questo tipo di lavoro, in linea di massima, ha la sua retribuzione in se stesso, non mi serve per avere altro, è il lavoro che compio che retribuisce se stesso, è un po' qualche cosa di simile a quello, se non mi sbaglio, che dicevano i filosofi stoici a proposito della virtù: la virtù ha il compenso in se stessa. Nel caso di questo lavoro il fine è esprimere quelle cose e il lavoro è lo strumento e nello stesso tempo lo sforzo morale necessario perché quell'espressione diventi un'espressione che da mia possa servire anche ad altri, e diventa momento di comunicazione in quanto conoscenza di qualche cosa di profondo da parte di una persona rispetto ad un altra che sarà domani il cosiddetto lettore o, se preferiamo, l'interlocutore.

Ma la cosa su cui vorrei ancora insistere e poi trarne una conseguenza, è che, se si comincia a scrivere - indipendentemente poi da quello che sarà il nostro futuro - bisogna prendere sul serio quello che si fa e le parole con cui si fa quello che si fa. Bisogna diventare più competenti nell'uso delle parole, bisogna diventare come uno zoologo che conosce meglio queste parole che sono degli strani insetti, che possono essere, per così dire, mitigati, ma possono anche opporsi: se io non riesco a dire nulla di singolare vuol dire che le parole sono rimaste inerti, che si sono ribellate, che non sono state al nostro gioco, e solo la pazienza può, a questo punto, portare a qualcosa. Si deve diventare più competenti nell'uso delle parole, e questo forse ha un significato di là dal diventare o no scrittore. Dicevo prima che tutta la nostra vita è immersa nelle parole, le parole sono lo strumento del nostro falso e del nostro vero, ed è, però, vero che viviamo in un mondo di immagini precostituite, di formule già date, di tutto quello che si chiama il mondo degli stereotipi (e gli stereotipi ci minacciano di continuo, limitano la nostra autenticità anche quando ci invitano o sembra che ci invitino ad essere sempre più noi stessi). Prendere sul serio le parole vuol dire mettersi in qualche modo in posizione di attesa, di critica attiva nei confronti degli stereotipi, e gli stereotipi minacciano sempre qualche cosa della singolarità umana - la varietà umana è data dalla sua singolarità e noi dobbiamo educarci a sentirla - e le parole, se le trattiamo in un certo modo, ci fanno sentire qualche cosa di questo tipo.

Tante volte mi è capitato di ripeterlo, ma è una specie di esperienza diretta: quando noi parliamo o ascoltiamo ci rendiamo conto delle persone anche da come trattano le parole, se usano sempre le stesse parole o, se ne usano altre, ci portano fuori da strade correnti, cambia la nostra attenzione, allora siamo costretti ad entrare in uno sforzo maggiore, magari perché si dice: "Come parla difficile" (in realtà quando diciamo che uno parla difficile intendiamo che usa un dizionario che non è quello familiare a noi e probabilmente in spazi di esperienza che non sono quelli consueti). Ora, il problema è nei rapporti: dobbiamo muoverci sempre dentro gli stessi spazi o dobbiamo spostarci anche su altri spazi? Dobbiamo essere curiosi o meno? Forse - forse! - l'insegnamento della letteratura, anche fuori dal mondo della letteratura, è che nel senso, nella cadenza delle parole c'è poi qualche cosa non solo della cosiddetta autenticità letteraria, ma di quella che abbiamo chiamato "autenticità", il sentimento di qualche cosa che è preciso. Ognuno di noi non vorrebbe sembrare una persona sbiadita di cui l'altro quando lo incontra si dimentica subito, vorrebbe che l'altro dicesse: "Ma sì, non lo dimenticherò più, aveva qualche cosa che servirà anche a me, aveva detto quelle parole, mi servono ancora...", ognuno di noi desidera non essere sbiadito, ognuno di noi desidera che qualche cosa sia vivo, ma cosa vuol dire che qualcosa è vivo in noi? E le parole sono fatte anche dell'uso del silenzio? Non voglio aprire questo discorso: l'educazione letteraria insegna che lì le parole hanno una alleanza continua con il silenzio, e anche il silenzio in qualche modo dice qualche cosa; solitamente il silenzio è un negativo, qui non è più un negativo, diventa come uno strano alleato, diventa un altro momento di quella che chiamavo prima l'autenticità e, sembra un paradosso, ma se uno ha cominciato a scrivere deve per forza anche leggere. Soltanto così porta a maggiore perfezione quella che è, ho detto prima, la spinta di autenticità, l'affettività che viene fuori: la mette a confronto e a poco a poco si fa esperto. Se prima i suoi gesti erano istintivi a questo punto diventano anche riflessivi; sa che deve procedere così, è una forza più complessa che sfrutta se stesso e a poco a poco si impadronisce anche di qualcosa degli altri che diventa nostro. Infatti la singolarità non è paura nei confronti di altre singolarità, non è chiusura: è un'apertura che poi torna a chiudersi, ma è un rapporto in primo luogo, e non è soltanto, come dicevano, le "Seicento ed un furto", è il riconoscimento che le parole dell'altro avevano un significato potenziale che è diventato il mio, non porto via niente, faccio diventare più vivo l'altro nel momento in cui me ne impadronisco. Da questo punto di vista leggere vuol dire anche poi, ed è questo il lavoro, cominciare a mettersi nella testa delle cadenze, dei ritmi, delle frasi anche di altri, farle entrare nel proprio piccolo computer mentale, lasciare che comincino a girare in una specie di strana costellazione, a poco a poco vanno a posto quasi per proprio conto, bisogna metterle in moto e bisogna anche, in altri tempi lo si predicava, ma vale ancora, educarsi ad imitare, cioè ascoltare la lezione di un altro, sapendo che cosa mi serve, dicendo: "Beh, mi prendo questo perché può diventare finalmente tutto mio".

E' stata una grande scrittrice come Virgina Woolf, che ha scritto tante volte su questi segreti di officina, a dire - e parlava anche ai giovani scrittori - che il mestiere si impara conoscendo e leggendo i grandi scrittori (i grandi scrittori, non è il problema di questa lezione, sono di ieri come di ieri l'altro, sono quelli che quando si aprono: "...accidenti! Che verità ha detto che è ancora quella di oggi!"). I grandi scrittori - questa è la lezione - ci disanimano, ci mortificano, quasi ci umiliano, sono grandi scrittori, come si potrebbe essere come loro! A questo punto, dice la Woolf, cosa succede a questa mortificazione? Bisogna passare attraverso questa mortificazione per imparare a scrivere, occorre chinare il capo, sentire che la parola può avere questa straordinaria pienezza epperò, dopo la mortificazione, dire: "Anch'io voglio muovermi su quella strada". E questo non è più soltanto un lavoro, ma è anche una specie di piccola lezione morale perché significa dire che mentre cerco, la mia singolarità scopre le sue proporzioni e soltanto nel momento in cui scopro le sue proporzioni posso poi farla crescere. Quindi c'è un modo di diventare piccoli che consente poi l'operazione contraria: però dobbiamo diventare prima piccoli, però dobbiamo prima sentire queste parole alte.

Certo, resta una domanda: siamo ancora in una civiltà che apprezza le parole alte o no? Si possono fare tante diagnosi, ma insieme alle diagnosi si possono anche proporre i desideri e gli atti di volontà: è vero, ci sono tante tendenze e bisogna riconoscerle attentamente. Viviamo ancora in tempi che consentono alla letteratura la sua parte, e quando dico letteratura non è soltanto la serie di libri che per un mese occuperanno le nostre librerie, anche tutti gli altri libri venuti prima che poi il tempo ha duramente selezionato, stabilendo che quelli sono libri e gli altri un po' meno, poi ce ne sono altri sempre da scoprire.

Lasciando stare questo, dicendo che la letteratura è la solidarietà dei tempi - lontani e vicini, dove stranamente uomini di età diversissime scoprono poi di avere ancora qualche cosa in comune - ammesso che ci sia ancora un posto per la letteratura, allora valgono alcune delle considerazioni che facevo prima, ma ce ne sarebbe un'altra da aggiungere che mi è capitato già di fare altrove e che qui viene abbastanza a tiro: quello che dicevo della parola, quello che dicevo dell'affettività, dell'autenticità, della risonanza, di questi elementi musicali che poi portano dietro anche il silenzio, tutto questo che poi è il me-stesso più profondo, quello che qualche volta io stesso ignoro e che diventa però così chiaro, non fa parte di ciò che chiamiamo il visibile, di quello che ci sta intorno. Anche quando diciamo "immagine" nella letteratura, non è un'immagine di colori materiali, non è un profilo disegnato sulla parete, non è un'immagine né cinematografica, né televisiva. Alla lettera la letteratura, questo uso delle parole, ha un rapporto con ciò che dovremmo chiamare "l'invisibile": nella nostra mente che posto ha l'invisibile, come si articola anche in ciò che sono i nostri rapporti con il visibile, con tutto questo - è da stabilire - ne abbiamo bisogno o no, oppure basta il visibile? Questa è un'altra domanda che riguarda il cosiddetto destino della letteratura. Di nuovo, anziché fare una diagnosi, faccio un'osservazione di un altro genere: tra le due ipotesi, tra l'ipotesi che mi dimezza l'uomo e l'ipotesi che me lo tiene intero, seguo la seconda e prendo qualche cosa che mette insieme il visibile e l'invisibile, che dà giustificazione a quello che chiamerei lo sforzo della parola. Anche un'immagine è uno sforzo, io debbo entrare in un'altra prospettiva, debbo, mentre leggo, corrispondere a quello che dice l'altro. Ecco allora che c'è anche quest'altra faccia e per tutto questo bisogna essere esperti. Anche se si è molto giovani si diventa d'improvviso saggi - la letteratura fa diventare saggi in tempi rapidissimi - si diventa saggi perché si cominciano a vedere tutte queste cose, ed è una saggezza che porta a ciò che è più vicino, più diretto.

Torno di nuovo a citare Virginia Woolf e poi farò una specie di contrapposizione perché ci si accorga che è il quotidiano il luogo dove si verificano tante cose. Una volta doveva spiegare cos'è uno scrittore e diceva che è uno che prende una sedia, si mette alla finestra, guarda e descrive la vita, quello che c'è intorno: questo è lo scrittore. Virginia Woolf è una scrittrice di grande sapienza, con quel fascino che ha certa tradizione anglosassone, con il senso della campagna, cose improvvise, i fatti così campestri che diventano come misteri smaglianti e straordinari... è una parte di quella che chiamiamo la grande narrativa inglese. Eppure molti anni fa, trovandomi a dover fare semplicemente il maestro in una scuola elementare - perché la mia esperienza universitaria passava in quegli anni anche attraverso questo, chiamiamolo così, lavoro, il che era però anche un'avventura - che, ricordo ancora, era in via di Mussolini, sarei in grado persino di riconoscere la finestra, essendomi ad un certo punto chiesto come si deve fare per interessare dei ragazzini (da una parte disegnando e così via) e come si deve un poco cercare di scrivere così ad istinto - avevo studiato a scuola un po' di pedagogia, ma non avevo un rapporto con questo che era un artigianato di altro tipo - si procedeva in questo modo (non avevo letto Virginia Woolf, la lessi molto più tardi): si apriva la finestra, quando non pioveva, poi un ragazzino andava alla lavagna e cominciava a scrivere quello che vedeva fuori dalla finestra, tutti quelli "al posto", per usare il linguaggio tecnico, dovevano intanto guardare un po' anche loro, anche se la visione dalla lavagna era la visione privilegiata - solo più tardi avrei scoperto che era il punto di vista di un racconto - dovevano intanto pensare se c'erano delle parole, gli dissi così, più belle di quelle che stava usando quello che scriveva alla lavagna e tutto ciò che uno "al posto" aveva in mente. Mi pare che avessi spiegato - perché nei ragazzini c'è questo fascino - che cos'è un asindeto e che cos'è un polisindeto, e così mentre passavo tra i banchi mi dicevano: "ho trovato un asindeto bellissimo", che era una virgola aggiunta, e a questo punto si faceva questo tipo di lavoro. Non era un "creative writing" come dicono nelle scuole americane, ma era un piccolo esercizio artigianale che però divertiva me, non so se anche i ragazzi fossero altrettanto divertiti.

A questo punto c'è un'appendice da aggiungere. Senza saperlo, sul piano dell'artigianato proprio più modesto, più improvvisato, più alla buona, a non molti chilometri di qui, era più o meno quello che la Woolf presentava ad un livello tanto più alto.

Perché poi questo non sembri un racconto inventato debbo aggiungere un'altra appendice, scrivere vuol dire anche ricordare, ma questo è un altro capitolo. Vuol dire attivare la memoria: tre anni fa, trovandomi ad entrare alla Presidenza dell'Istituto per i Beni Culturali, vidi arrivare un professore di fisica di taglia un po' robusta che insegna a Parma e faceva parte di quello che a quell'epoca si chiamava il Consiglio Direttivo delle Istituzioni. Per ragioni che adesso non sto a dire, mi parve di riconoscere un ragazzino di quella famosa quarta, di quella famosa scuola. Il cognome tornava, era figlio di un professore di matematica, l'unica cosa che non tornava era che mentre quel ragazzino era minuto, questo era diventato quel che si dice "un omone". Glielo dissi: "Ho la sensazione che...". Lui disse: "No". Due anni dopo mi telefona: "Dovrei vederti" - eravamo poi colleghi di Università - e viene. Dice: "Debbo chiederti scusa", mi esibì la pagella dove, fino all'ultimo trimestre risultava, con la firma di maestro supplente, la mia firma. Quindi ho parlato di un evento che è realmente accaduto, ma questo vuol dire proprio che prendendo le parole per il verso giusto, prendendole con umiltà di artigiano, sentendole come lavoro e come piacere il metterle insieme, il farle per così dire risuonare, anche se ci si muove a livelli apparentemente modesti e quotidiani si è già sotto la costellazione della letteratura, non c'è bisogno di essere tutti poeti, ma tutti possiamo trarre qualche cosa da quel colloquio, e quando le cose vanno bene possiamo anche noi diventare un poco poeti.



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Ultima modifica: 23/5/97 (R.Mastri)